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Preambolo

L’intenzione è di avviare e sviluppare, attraverso strumenti di comunicazione semplici e destrutturati, discussioni e confronti su qualificati temi di attualità politica, con lo scopo di consolidare e aggregare luoghi di coagulo di saperi e di esperienze, al servizio della crescita di una attuale e moderna nuova classe dirigente, che naturalmente recuperi anche esistenze interessanti.

E’ auspicabile che, prescindendo da credi, ideologie, appartenenze, posizioni storiche e interessi particolari, ma nel rispetto delle specificità, ci si identifichi in un comune sistemi di valori, supportato da provata e disponibile professionalità.

L’approccio dovrà essere modesto, graduale e, almeno nei primi tempi, destrutturato e assolutamente irrituale per concentrarsi sul contenuto dei contributi, lasciando a ciascuno l’iniziativa sull’utilizzo di quanto via via potrà emergere dalla discussione.
Nel seguito, se l’attenzione all’iniziativa sarà positiva, si potrà riflettere su utilizzi più idonei.

Giovanni Gambardella

Vai al profilo e all’intervista di Giovanni Gambardella, il Blogger.

Visualizza l’intervista integrale (prima parte / seconda parte).

Non vorrei fare polemiche su quello che è successo nell’ultima alluvione di Genova. Invece, vorrei parlare degli aspetti positivi e di quello che ho visto a Genova subito dopo i peggiori giorni di nubifragio. Essendo straniero, magari ho uno sguardo diverso da quelli che hanno sempre abitato a Genova. Nonostante ciò, abitando a Genova da 3 anni, mi sento anch’io mezzo “zeneise” e per questo ho partecipato alle operazione di pulizia e ricostruzione della città. Se venerdì sera sono rimasto stupito della distruzione che ho visto in Corso Sardegna per esempio, non sono rimasto meno stupito (però positivamente) di quanta gente ci fosse domenica a spalare il fango e ad aiutare nei negozi colpiti. In una città famosa per la tirchieria e per la chiusura delle persone (almeno quello che mi hanno detto subito dopo essere arrivato a Genova), vedere tanta gente che aiutava per strada e che lavorava senza fatica mi ha fatto vedere la forza del popolo genovese e ha fatto cadere tutti i miti urbani che si raccontano sui genovesi DOC. Me lo aspettavo già in parte poiché nel venerdì dell’alluvione su Facebook era nato un gruppo chiamato “Angeli col fango sulle magliette”, epiteto dato ai giovani che nel 1970 hanno fatto lo stesso, con un’adesione straordinaria in poche ore. Allo stesso modo, la Fondazione Oltremodo che aveva anche richiesto tramite Facebook dei volontari, dopo poche ore, ha annunciato che aveva già troppa gente per il materiale disponibile. Quando ho chiamato il Municipio per dare la mia disponibilità come volontario, mi hanno detto anche loro che avevano già troppi volontari per domenica e che mi avrebbero chiamato quando avessero avuto bisogno. Nello stesso giorno, anche se mi avevano risposto così, sono uscito in centro a cercare un negozio che vendesse galosce. Erano esaurite in quasi tutto il centro storico. Come le pale (che non ho trovato).

Comunque, domenica sono uscito di casa per aiutare lo stesso. E allora ho visto la marea di gente che c’era a Brignole, a Borgo Incrociati, in Corso Sardegna e in Via Fereggiano. Mi sono rimaste impresse nella memoria non solo la quantità di persone ma più che altro l’età. Anche se la Protezione Civile (e tutti i gruppi organizzati su Facebook) avevano detto espressamente che non accettavano minorenni, la grande maggioranza dei volontari lo era. È vero che era domenica e non c’era tanto da fare, ma potevano rimanere a casa a giocare alla Playstation o a chattare con gli amici su Internet. Ma no, i ragazzini erano ovunque. E c’erano tanti come me che pur non essendo stati chiamati dai Municipi, si sono presentati così anarchicamente a offrire aiuto a chi aveva bisogno. Sì, perché non c’era solo da spalare il fango delle strade. C’erano i negozietti, alcuni completamente distrutti, con tutto il materiale rovinato da svuotare, c’erano i box della gente che accettava di buon grado l’aiuto di chi passava. Questo quando non c’erano già troppe persone. Durante la giornata, sono arrivati sempre più volontari e a un certo punto ho girato tutto Corso Sardegna con la gente che diceva: “grazie, non c’è più bisogno”.

Lo stesso è successo lunedì quando ho aiutato a ricostruire una “crêuza” a fianco dell’Esercito e della Protezione Civile. Avevano chiesto 150 volontari su Facebook. Ne sono apparsi 400. E di nuovo tanti ragazzini che prendevano il bus al mattino presto come se fosse un giorno normale di scuola. In un mondo in cui si parla tanto della crisi dei valori e di come la gioventù di oggi non sia quella di una volta e dei malefici della tecnologia, questo è stato il migliore esempio del fatto che dobbiamo avere speranza nel futuro e nei giovani. Vorrei ancora sottolineare non solo la capacità organizzativa di una serie di gruppi come tifoserie, commissioni di lavoratori, associazioni di studenti, gruppi sportivi, etc., ma anche tutti quelli che non sono rimasti a casa aspettando che il Municipio li chiamasse ma sono usciti per dare una mano dove ci fosse bisogno. Come si dice nel film “I 400 Colpi” di François Truffaut: “Questo è il segreto del successo: nella vita bisogna avere iniziativa.” Speriamo che tutta questa iniziativa e questa forza naturale di fare il bene che ha sollevato tanto il morale a Genova in quei giorni sia proficua e che possa estendersi ad altri livelli della società. E che quello spirito di fraternità che è nato fra chi puliva non si perda, contribuendo così a un futuro migliore. Saluto tutti quelli che hanno aiutato (incluso alcuni che sono diventati miei amici) e da parte mia dico “è stato un piacere” come risposta ai cartelli luminosi che ringraziavano gli angeli.

Fausto Ferreira
16 Novembre 2011

La crescita

F.D. Roosvelt, il Presidente del New Deal, così esordì nel suo primo discorso ai cittadini americani il 4 marzo 1933, subito dopo la sua elezione:
È il momento di rivolgersi ai cittadini con la trasparenza e la determinazione richiesta dalle attuali condizioni del Paese. In questo momento bisogna davvero dire la verità, tutta la verità, con sincerità e coraggio. Non ci si può esimere dall’affrontare con onestà la situazione del Paese”.
E poi ancora:
Affrontiamo il momento difficile che ci si presenta dinnanzi con il confortante coraggio che proviene dall’unità nazionale: con la distinta consapevolezza della ricerca di valori morali antichi e preziosi.

Da qualche tempo e da più parti, in Italia, si parla tanto di “crescita” identificata come il “toccasana” per la soluzione dei nostri problemi. E non a torto.
Si inseguono “ricette” di qualificati opinionisti e di professionisti altrettanto illustri che vivono ruoli propizi per una buona visibilità della situazione.
Le proposte hanno in generale seri fondamenti, in buona parte condivisibili, che certamente meritano analisi, approfondimenti e applicazioni operative.
Mentre si condivide la difesa dei conti pubblici, si insiste, anche qui con considerazioni anch’esse opportune, sulla necessità di avviare una fase di investimenti specifici che aiutino la crescita.
Il motto in auge è: “Ripartiamo per uscire dalla crisi”.

Gli interventi, peraltro illustri, si concentrano, nella sostanza, sugli aspetti tecnici della proposta.
Manca nel messaggio “l’intelligente forza emozionale” che convinca il cittadino ad operare nelle direzioni indicate, sia a livello del singolo sia della collettività, perché si possano assicurare comportamenti valoriali e professionali per qualsiasi persona e per ciascun ruolo che garantiscano equità di risultati. E ciò non solo in termini economici, produttivi e della qualità dei risultati tecnici, che già è certamente un bene, ma soprattutto con una qualità di comportamenti complessivi che assicurino tutti sulla positività degli interventi.
Occorre quindi che si operi per far crescere concretamente in tutti il convincimento, attualmente poco percepito, che l’impegnarsi non premi solo la furbizia, l’elusione delle regole, gli egoismi e la mancanza del comune rispetto reciproco.
Certo è impensabile che si possa reagire con un cambiamento istantaneo in un contesto nel quale, da alcuni decenni ormai, il sistema tende a premiare comportamenti distorti, mentre i controlli, spesso a loro volta deviati, portano a risultati controproducenti rispetto all’originaria intenzione per cui erano stati istituzionalizzati. Il recupero è piuttosto una lenta ripresa, ma ciò che conta è la percezione di un segnale di reazione continua e positiva.
Ciascuno nel proprio ambito privato e nella propria funzione pubblica, a prescindere da differenze di ideologie, di credi, di appartenenze personali, può contribuire con comportamenti costanti, crescenti e per quanto possibile integrati, a creare di fatto una situazione politico-sociale di “crescita qualitativa”.
In parallelo è fondamentale recuperare, sempre con gradualità apprezzabile, funzionamenti di sistemi di controllo basati su sani e giusti criteri premio-punizioni. E ciò è possibile ritrovando valori e professionalità nel rispetto dei fondamentali della democrazia, che è forza e non è demagogia, che è debolezza.
Adeguando a questi criteri il sistema delle regole e delle leggi e le relative riforme si può avviare una fase di sviluppo qualitativo e virtuoso, evitando crescite meramente tecniche, ma caotiche e pericolose.
Ciò è già avvenuto in Italia in altri momenti storici importanti: uno per tutti, il positivo coinvolgimento dei cittadini ha dato risultati significativi nel decennio successivo alla seconda guerra mondiale, dove, rievocando valori semplici ma fondamentali, si trasformò il nostro Paese con una crescita non solo economica, ma anche sociale e culturale.
Oggi occorre riflettere sul come comunicare l’importanza di questi valori, i risultati anche economici che possono produrre, la crescita anche culturale che possono indurre nel sistema, aumentandone la competitività in ogni campo.
Diventa necessario mettere a punto strumenti coerenti di comunicazione integrata sui canali tradizionali; dal momento che inutili e dannose contrapposizioni sono oggi presenti sui media e perfino quelli che vorrebbero essere più propositivi finiscono per essere controproducenti.
La mia grande preoccupazione è che questa riflessione sia interpretata come un “fervorino buonista” invece di una forte, concreta ed emozionale idea guida, condizione necessaria per la crescita.
È il momento del coraggio di non vergognarsi dei propri valori.

Giovanni Gambardella

L’intento era di attivare con i ragazzi un dialogo non formale nel corso di un’ora di lezione messa a disposizione di una scuola che ha deciso di dare ai ragazzi nuove opportunità formative.

Dopo una breve presentazione introduttiva si pensava di concentrare la discussione sulla crescita-sviluppo del territorio di Savona piuttosto che sul tema proposto, “la Marina di Margonara”, considerato come un caso concreto del problema generale dello sviluppo. La mia preoccupazione era che la gran differenza di età e di esperienza potesse generare una qualche timidezza a scapito del dialogo, come spesso succede in queste situazioni.
Avevo appena finito di raccontare un po’ della mia storia personale e professionale che, con piacevole sorpresa, sono stato “inchiodato” a un franco, e a volte duro, scambio di opinioni per oltre due ore, interrotto alla fine dal richiamo all’ordine dei professori che sollecitavano il ritorno in classe mentre ancora molte mani sollevate chiedevano diintervenire; e la chiacchierata e’ poi continuata in piccoli gruppi nei quali sono stato successivamente coinvolto fin nel cortile della scuola durante la ricreazione.
Al di là delle singole posizioni, a volte oltranziste e forse un po’ “tranchant” come è spesso normale a quell’età; nella prima parte del dialogo è prevalso purtroppo un diffuso e preoccupante senso di sfiducia e di pessimismo sul proprio futuro e su quello del territorio e più in generale sulla attuale società all’interno della quale stanno crescendo. In particolare rifiuto dell’attuale classe dirigente, politica e imprenditoriale, tutta accumunata in un’unica categoria poco credibile, ripiegata su interessi personali, priva di valori da condividere e spesso anche della professionalità e della deontologia necessarie a far fronte alla complessità del mondo attuale e quindi al suo governo.
A conferma di tutto ciò si coglieva in maniera palpabile l’atteggiamento di respingere qualsiasi proposta proveniente da una classe dirigente ai loro occhi oramai poco credibile; nello stesso tempo emergeva un senso di rassegnazione e di impotenza che li ingabbiava, senza riuscire ad individuare vie d’uscita, ma del quale avrebbero voluto liberarsi.
E queste sensazioni potrebbero, forse, spiegare, con un qualche ottimismo, l’interesse a confrontarsi, cogliendo magari nell’occasionale interlocutore una voce che offriva una possibilità di sblocco per il superamento delle loro attuali convinzioni.
E forse mi è sembrata questa l’occasione per andare oltre la sterile polemica e capovolgere in termini positivi la nostra discussione. Infatti, a quel punto, ho invitato ragazzi a rispondere in termini costruttivi al mio quesito: “Ma voi cosa proponete come modello di sviluppo per la crescita del vostro territorio? “, coinvolgendoli così in un ruolo di protagonisti e non di semplici spettatori del proprio futuro.
Sia pure con le difficoltà connesse con la novità della domanda e della situazione, il confronto ha assunto di colpo un risvolto costruttivo, facendo emergere suggerimenti e proposte magari ingenue e poco strutturate, ma certamente appassionate e con alcune apprezzabili novità, soprattutto senza mal celati interessi di parte.
Il clima nuovo di interessi generali instauratosi ha dato un senso di speranze: in condizioni diverse, è lecito confidare nel superamento della rassegnazione.
Sembrava rafforzarsi la volontà di riappropriarsi del proprio futuro, con grande attenzione alla necessità di un impegno basato su valori, alla realizzazione di una propria vita professionale condotta da protagonisti.

Liceo Scientifico
Savona, 29 marzo 2011

Giovanni Gambardella

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